Tubbataha Reefs Natural Park – World Heritage

Tubbataha Reefs Natural Park – World Heritage

di Paola Ottaviano

“Arrive as a guest, leave as a friend”. Così ci hanno congedato i ragazzi dello staff dell’Atlantis Azores, la barca dove abbiamo trascorso una settimana sperduti nel remoto Mar di Sulu, lo specchio d’acqua incastonato tra l’isola di Palawan e l’isola di Mindanao, nelle Filippine. Ma non è corretto, o meglio, è vero che siamo arrivati come ospiti, ma siamo ripartiti come amanti, come sposi. Come innamorati.

Era una luna piena di maggio che irradiava il cielo di Puerto Princesa, lì al porto, all’imbarco. Un incendio di rosso screziato divampava quella sera al tramonto, il sole inondava le nuvole dei colori densi della scala cromatica purpurea. Il sole bruciava di passione. Era foriero di quella passione intrattabile che ci avrebbe travolto, posseduto, avvinghiato nei giorni a venire. Ma sul momento non gli davano molta importanza, impegnati a sistemare le nostre cose a bordo, ancora un po’ frastornati dal lungo viaggio e concentrati a prendere le misure del nuovo, luogo e persone. Era la fase dell’adattamento, non scevra di un’emozione a lungo sopita, repressa, attesa. Un’attesa che durava da due anni, il tempo del rinvio forzato, dovuto alle restrizioni imposte dalla pandemia. Nessuno di noi aveva rinunciato, tanto meno la battagliera e ottimista madrina assoluta del viaggio, Elena di Mete Subacque, che mai aveva smesso di sperare, procrastinando i tempi, tenendoci in serbo quote versate, documenti inviati e sogni sospesi.

Assegnazione delle cabine, presentazione dell’equipaggio, breve descrizione di sé stessi, otto ospiti italiani, tre inglesi, due australiani. Ci siamo sistemati e siamo già sul ponte a guardare le luci della città che svaniscono in lontananza nel lento e solenne levar dell’ancora al momento della partenza.
È l’ora di cena, annunciata dal suono della campanella che da quel momento in poi caratterizzerà le nostre giornate nello scadenzato e serrato ritmo delle attività quotidiane. Due colazioni, pranzo a buffet, cena à la carte, merende e snack a volontà, il tutto preparato con la perizia culinaria dei gentilissimi cuochi Alexis e Glenn, sempre disponibili a soddisfare ogni capriccio. Quattro immersioni al giorno, precedute dai capolavori grafici dei siti subacquei e dai briefing dettagliati e puntuali delle guide. Arturo, Dive Master, che balla come in uno sfavillante spettacolo di varietà, Orville, Dive Master, che ti inonda dei suoi smaglianti sorrisi solari, e Cipooz, Cruise Director, rigoroso e scrupoloso, consapevole della sua responsabilità volta a garantire sicurezza e adesione alle regole d’ingaggio in un Parco naturale protetto dove è vietato danneggiare l’habitat marino, dove è vietato sforare la profondità massima di trenta metri, dove è vietato sorpassare la propria guida e andare a yo-yo sotto e sopra con il rischio di finire dannatamente in decompressione. Motivo per cui viene raccomandato vivamente l’uso del Nitrox, anche se non obbligatorio. D’altronde le Filippine sono un po’ il paese del “it’s not allowed”, del “non è permesso”, del “è vietato”. Dai protocolli d’ingresso puntigliosi ai controlli sanitari meticolosi, dai metal detector nelle hall degli hotel ai bodyscanner degli aeroporti, ovunque ti giri, vieni stigmatizzato su qualcosa che non è consentito. È altrettanto vero che, avendo a che fare con degli indisciplinati italiani un po’ guasconi per natura, il richiamo alle regole d’immersione non è mai abbastanza. Croce e delizia del direttore di bordo che, nonostante rimbrotti e ramanzine, ha regalato meraviglie e ha fatto miracoli con la sua capacità di vedere nel blu cose che neanche ci si poteva immaginare.

Tutti i giorni si sale sulle lance per raggiungere il sito di turno, accompagnati da Ric Ric, fantastico skipper, cantore dalla voce che incanta, e da Nelson, schivo e timido, sempre sensibile nel suo riservato silenzio. E quando torni in barca Ronnie e Roel ti accolgono con un pannicello caldo, bianco immacolato, per asciugarti il viso dal sale pronunciando il tuo nome con un sorriso contagioso, come se ti vedessero dopo tanto tempo, come se tornassi da un lungo viaggio, come se gli fossi mancato terribilmente.

Il capitano Rio punta al largo e ti traghetta su questo mare di cristallo, lentamente. S’inizia la traversata di dieci ore su una superficie immota, senza moto ondoso, piatta e rilucente, di un azzurro abbagliante. Si parte alla volta dell’atollo Sud del comprensorio delle scogliere coralline di Tubbataha Reefs.

Una musica soffusa inonda la cabina alle prime luci dell’alba. S’insinua nei sogni dei naviganti, li ridesta dolcemente, è la sveglia mattutina. Sul tavolo imbandito per la prima colazione, una borraccia bianca di alluminio è l’omaggio personalizzato poggiato a mo’ di segnaposto. Sarà compagna inseparabile di ciascuno, baluardo ecosostenibile contro le bottiglie di plastica monouso.

È la prima immersione del viaggio. Le aspettative sono altissime, anche se ci si sforza di non palesare i desideri, gli incontri sognati, auspicati, agognati. È il rituale scaramantico della consegna del silenzio. Ma l’eccitazione tradisce i segreti, si parla, si favoleggia, si spera. E già al secondo tuffo della giornata, il colpo di scena. Una Manta Alfredi si libra in lontananza. Scompare. Ci piazziamo strategicamente a ridosso di una formazione corallina, cleaning station, in attesa. Lei riappare, così, di fronte, guarda gli astanti dritto negli occhi. Si avvicina muovendo sinuosamente le sue ali come in un volo planato che ci sovrasta, ci soverchia, ci immobilizza. Siamo attoniti, sopraffatti da un’emozione inaspettata, arrivata così, ex abrupto, al primo giorno. Entusiasmo alle stelle. È l’atmosfera che si crea, che la manta, l’unica preziosa di tutto il viaggio, instaura sulla barca. Ma questo è il viaggio degli unici, dei solitari, dei single. È così che girano a Tubbataha Reefs i grandi predatori, quelli tanto voluti, tanto sperati. E non è una manque la condizione di unicità, al contrario. È la misura della specialità, è il valore inestimabile e irripetibile della rarità. Così come quando ci imbattiamo in uno splendido esemplare di squalo nutrice adagiato sul fondo sabbioso. Inarca il dorso flessibile e guadagna il largo, con la movenza sinusoidale della lunga pinna caudale. O quando appare nel blu uno squalo punta nera di reef. Costeggia la barriera corallina, pattugliando il territorio a metà tra abisso e superficie. È un carcarinide, partecipa della natura dei predatori in cima alla catena alimentare.

Foto Salvatore Alesci

Non di solo squali vive il subacqueo, anche se la quantità di pinna bianca di reef e di grigi, in maggioranza di piccola taglia raggruppati in affollate nursery, è all’ordine del giorno. Loro sono l’eccezione che conferma la regola. Non sono single, sono accoppiati, sono famiglie allargate, piramidi gerarchiche parentali, con i nonni, i genitori e i neonati, tutti insieme a percorrere spensierati una scogliera corallina ridondante di vita. Alcionari dalle mille sfumature, cipree del colore rosso porpora mimetizzate tra i rami di gorgonia, anenomi colonizzati dai pesci pagliaccio in una efficace e perfetta simbiosi, e pesci istrice, pesci cardinale e fucilieri ovunque. Polpi e aragoste rannicchiati sotto gli anfratti rocciosi, dove i trigoni a macchie blu si nascondono dai flash invadenti delle fotocamere. I grugnitori dolcilabbra, con la loro livrea giallo fosforescente, ti guardano protendendo in avanti i loro labbroni. Fanno il broncio. E anche sulla barca, al terzo giorno, i musi sono lunghi, corrucciati, nonostante tutto quel ben di dio visto, fotografato, goduto. Una sottile vena di delusione serpeggia tra i subacquei. È il gigante dei mari che manca all’appello, è lui che si fa desiderare, creando disincanto. Forse dipende dalle fasi lunari e dal flusso delle maree, dalla mancanza di correnti e dalla temperatura dell’acqua. Chissà. È il momento di caduta ma non bisogna mollare, non bisogna demotivarsi. Le guide lo intuiscono e così, raggiunto l’atollo Nord, si spingono nel blu a Washing Machine, alla ricerca dei pezzi grossi.

Spirali concentriche di barracuda, banchi di carangidi che scorrono come fiumi in piena. Una giostra. Ci si infila in mezzo, si cavalca l’onda argentata degli Sfirenidi. All’improvviso un bagliore intermittente, un riflesso luminoso buca la cortina della profondità oscura. Cos’è? Si parte incoscientemente all’inseguimento, ci si inabissa pericolosamente. E’ un’aquila di mare, elegante, veloce, idrodinamica. Scende in picchiata verso i fondali marini, poi vira di scatto e si scatta, si scatta una delle foto più insperate e improbabili della vacanza.

Finalmente la corrente si fa sentire, improvvisa, furiosa. È al cambio della marea che tracima e trascina via qualsiasi cosa. I corpi rotolano, drift dive, ci si attacca malamente alle rocce. È una benedizione, perché con la corrente arriva il mondo, il mondo sommerso.

Mandrie di pesci pappagallo dal bernoccolo mostrano gli incisivi sporgenti. Sono così brutti, sembrano così arrabbiati, aggressivi, ma la scena è surreale, primitiva, primordiale. Hanno le sembianze di un quadro di Monet, con quei colori tenui di tutte le gradazioni della scala cromatica del verde. Sono verdi anche le tartarughe marine. Insieme alle embricate, regine assolute di questi atolli corallini, fronteggiano la risacca con una padronanza strabiliante. Sollevano le zampe anteriori come a dirigere il traffico. È il loro modo di trovare un equilibrio, seppur precario, per farsi liberare dai parassiti alla cleaning station di Black Rock, uno dei siti più scenografici.

Qualcun altro si sta sbracciando scompostamente. È la nostra guida che emette mugolii soffocati, si agita, sta indicando qualcosa sul costone della barriera. Ci si gira, si strizzano gli occhi. È mimetizzata, invisibile. Un’apparizione. Una razza marmorata è adagiata sul fondo arenoso. Si scrolla lentamente la sabbia di dosso e comincia a planare, regale, indifferente, come a liberarsi di tanto inutile rumore. Vola, vola nel blu. Spettacolare, di due metri di apertura alare, attraversa l’oceano come una regina alla parata d’onore, mostrando compiaciuta la sua livrea maculata. Scompare in lontananza. Momento di sbigottimento, di esaltazione. Momento estatico. Unico. No, ripetibile, perché lei riappare, torna a mostrare la sua bellezza abbagliante, come a salutare gli spettatori, in un atto di generosità che vale il viaggio intero.

Si scende. È la visita alla Ranger Station, l’avamposto della Marina Militare Filippina a tutela del Parco. Si guadano banchi di sabbia che emergono con la bassa marea, circondati da un mare della trasparenza del cristallo. L’azzurro del cielo si confonde all’orizzonte senza soluzione di continuità.

Ultimo giorno, ultima chance. Si raggiunge il remoto sito chiamato Jassie Beazley Reef. Immersione in parete. Ci si spinge nel blu, a testa in giù, gli occhi incollati agli abissi. Si muovono le pinne, lentamente. Qualcos’altro sta muovendo le sue pinne. Si allinea parallelamente, qualche metro più in basso e nuota all’unisono. Gira la testa bitorzoluta in maniera quasi impercettibile, la muove lateralmente, ha gli occhi sui due lati della protuberanza, osserva, controlla. Incredulità, stupore. È uno squalo martello, grande, massiccio, potente. E magnifico. Un unico esemplare, solo, prezioso, irripetibile. Il regno dei solitari, dei single, degli unici si congeda da noi con il botto. È così che girano qui i grandi predatori, quelli tanto voluti, tanto sperati e soprattutto quelli insperati.

È la sera della festa finale, barbecue sul sundeck. Pesce e carne grigliati per gli onnivori, verdure per i vegetariani, vini bianchi e rossi, birre e rum locale serviti a profusione dai membri dell’equipaggio al completo. Omaggiano gli ospiti della loro barca. Ringraziano quei forestieri che gli hanno fatto l’onore di visitare il loro piccolo remoto angolo di mondo. Li ringraziano con l’umiltà e la modestia che appartengono solo ai puri di cuore. Esprimono l’auspicio di essere riusciti a regalare una piacevole permanenza a bordo.

Si scruta il mare solcato lentamente dalla barca che ci riporta a casa. Si scruta il mare. In silenzio. Branchi di delfini stenella si affiancano allo scafo. Sono tanti, sono allegri, gioiosi. Saltano fuori dall’acqua, si esibiscono in piroette acrobatiche che strappano esclamazioni di stupore. Esclamazioni di emozione.

A Tubbataha Reefs siamo arrivati come ospiti, ma siamo ripartiti come amanti, come sposi. Come innamorati.

Con la collaborazione di Filippine Turismo.

Tubbataha Reefs Natural Park – Informazioni pratiche

Come arrivare. Voli di linea da Milano Malpensa con Singapore Airlines, da Bologna con Turkish Airlines, da Roma con Qatar Airways per Manila. Voli interni Cebu Pacific per Puerto Princesa. Minuziosi e puntigliosi controlli doganali e sanitari. Aggiornamento: dal 1 giugno 2022 allentate le misure restrittive per l’ingresso nel paese. Abolito l’obbligo di tampone molecolare prima della partenza e della registrazione online su One Health Pass se si è vaccinati contro il Covid anche con la dose booster.

Valuta. E’ consigliato cambiare Euro o Dollari in Pesos filippini presso le banche dell’aeroporto internazionale di Manila (1 Euro = 56 Pesos – giugno 2022). Nella maggior parte dei ristoranti, negozi e luoghi di ristoro e vendita prodotti, infatti, sono accettati solo contanti in valuta locale. In alcuni esercizi commerciali possono essere usate le Carte di credito.

Telefono. Wifi a bordo a ridosso della costa a Puerto Princesa.

Elettricità. La corrente è di 110/220 Volt. Le spine sono di tipo A, é necessario procurarsi prese a due lamelle piatte.

Clima. Tubbataha Reefs si raggiunge solo in crociere liveboard e solo da metà marzo a metà giugno. La temperatura dell’aria è intorno ai 32 gradi e quella dell’acqua ai 29 gradi. Consigliata una muta di 5 millimetri per mantenere il calore corporeo considerando le ripetitive. Consigliato l’uso del Nitrox, anche se non obbligatorio.

Lingua. La lingua ufficiale é il Tagalog e l’inglese è parlato a bordo.

Fuso orario. Tubbataha Reefs è sette ore avanti rispetto all’Italia, sei ore avanti quando è in vigore l’ora legale.

Crociera subacquea. L’itinerario raggiunge l’Atollo Sud, l’Atollo Nord e il remoto Jessie Beazley Reef. La traversata da Puerto Princesa a Tubbataha Reefs è di circa dieci ore.

foto Salvatore Alesci

Con chi andare. Atlantis Azores, imbarcazione di trentadue metri per sedici ospiti. Cabine confortevoli, ottimo cibo e gentilezza rendono la permanenza a bordo divertente e ricca di emozioni. Si è avvolti dal calore del meraviglioso equipaggio che si fa in quattro per soddisfare ogni piccolo desiderio, a cominciare dai capricci alimentari. Le guide subacquee sono altrettanto fantastiche e professionali. Mete Subacque della straordinaria Elena Rugiati organizza in maniera impeccabile la crociera a Tubbataha Reefs. Tour Operator professionale e affidabile, con il supporto prezioso della corrispondente in loco, la simpatica Roni.

Mancia. Al termine del viaggio il direttore di crociera prepara per gli ospiti il planning di tutte le immersioni effettuate giorno per giorno e lascia una busta per la mancia che verrà divisa in parti uguali tra tutti i membri dell’equipaggio. L’ammontare della cifra è a discrezione di ognuno ed è assolutamente meritoria.

Highlights. Vendute a bordo, le magliette dai colori caldi istoriate con i disegni stilizzati degli squali e gli eleganti Diver’s logbook sono uno dei tanti ricordi di questa crociera straordinaria.

foto Sabrina Maffi -Viaggio Gruppo Mete Subacque Tubbataha Expedition Maggio 2022
error: Contenuto protetto !!
Torna su